Ci accoglie con i calici già pronti e ci abbozza un sorriso anche se lo distogliamo dalle sue galline di un pomeriggio di maggio. Fuori è caldo mentre la casa, vecchia ma dalle mura spesse offre un sicuro riparo dalla calura. Ci fa accomodare e prima di percorrere il vialetto sterrato, noto l’insegna splendidamente vintage che indica il suo nome. Un’insegna che tutti coloro che sono passati da qui avranno fotografato e memorizzato. 
Lorenzo Accomasso è la storia del Barolo, la può raccontare in prima persona e chissà quante volte l’ha fatto. I capelli sotto il berretto, che toglie per salutarci – da vero gentiluomo – sono bianchi ed arruffati; la schiena è un po’ curva, forse, ed il volto e le mani segnati dal tempo. Ma lo sguardo no: guardandolo bene, mentre scruta chissà cosa dalla finestra, l’espressione è ancora acuminata e per tutta la durata della chiacchierata non arretra di un centimetro. Mi viene il dubbio che interpreti un po’ la parte del vecchio contadino burbero e di poche parole, nascondendo la vera indole estroversa e disinvolta. Solo una volta esita, quando gli chiedo la ricetta di un vino così buono: dà una risposta vaga, ride sotto i baffi che effettivamente spuntano sotto il naso. Forse se lo vuol tenere per sé, il metodo del suo vino prodigioso, geloso custode del segreto che tutte le #personedivino portano dentro.

Cavaliere, lei coltiva questa terra da moltissimo tempo, dal 1958 almeno. Chissà quante cose sono cambiate…
Molte cose, sì. Il prezzo della terra, per esempio. E’ troppo alto, non credo potrà salire ancora. Una volta non era certo così. Ti fanno rabbrividire i prezzi che ci sono. 
Il suo metodo di lavoro, però, non è cambiato…
Faccio tutto da solo, in vigna e in cantina. Quando non potrò più fare da solo smetterò di lavorare, perché non potrò più fare di testa mia. Io non sono come gli altri, ho le mie idee. 

Tra le tante vendemmie quale ricorda come la migliore?

Il migliore che ho fatto è il Rocchette del 1971, non si discute, poi il 1990, un vino poesia, un insieme di profumi… Caspita come era buono, ma tœt! In questi vini se il ph è giusto possono durare anche 70 anni. La vendemmia 1974 la metto al terzo posto, poi la 1997, altra grande annata. Il 2010 se la vedrà col 2004, 2006 e 2005 sono simili: il 2008 invece scappa in avanti, è più fine, ha tannini dolci, mi piace.

E l’annata peggiore?
L’annata più difficile che ho incontrato è stata la 2003, un ph molto alto. La 1982 per esempio aveva anche il ph alto ma la struttura era altrettanto importante. Anche la 2002 fu un po’ così: quell’anno a La Morra siamo stati in tre a fare il Barolo. 
Qual è il segreto per fare vini così buoni?
[ci pensa un po’ ] Faccio almeno 50 giorni di fermentazione, prima di svinare. Ho i miei metodi, un po’ come tutti… Imbottiglio solo il vino che mi piace, al massimo 17.000 bottiglie: il vino che non mi piace in bottiglia non ci va. 
A proposito, questa storia del barolo moderno o di tradizione non accenna a concludersi…
Per me il Barolo moderno non esiste, chi macera per dieci giorni avrà vino pronto tra tre anni, io macero cinquanta giorni ed il vino sarà pronto tra sei o sette anni, tutto qui. Bisogna lasciare spazio ai giovani, lasciare che sbaglino, se necessario. Solo così impareranno. 


Le persone del vino, quelle importanti, lei le ha conosciute tutte. Di chi si ricorda, in modo particolare?
Luigi Veronelli. Gli devo molto, mi ha cercato, ha valorizzato il mio vino su Bolaffi, senza che io chiedessi nulla. Senza di lui forse non avrei avuto il successo che ho avuto. Gli piaceva Vigneto Rocchette.
E com’è Vigneto Rocchette?
Il Vigneto Rocchette è come una donna che non è bellissima ma sa di piacere, ha fascino e alla lunga conquista gli uomini.