Il dono dell’ubiquità, ahimè, non fa parte del corredo che il Padre Eterno ha concesso agli esseri viventi. E’ così e dobbiamo farcene una ragione; non puoi essere contemporaneamente in due posti allo stesso tempo! Peccato.
Per fortuna in questa occasione ho rimediato grazie alla collaborazione e alla disponibilità dell’amico sommelier Ais Vincenzo Liburdi che ha potuto partecipare, e apprezzare a quanto pare, la serata dedicata alla nuova azienda toscana presentata da Matteo Galiano.

Vi lascio quindi in ottime mani con i suoi appunti di degustazione.


Somiglia all’attore Harvey Keitel ma è Giampaolo Bruni il viticoltore appassionato come lui stesso si definisce, energico, allegro, “toscanissimo”, presente lunedì 11 maggio all’enoteca “Le Bollicine di Carlo e Jerry”, dove il sommelier Matteo Marco Galiano ci ha presentato i suoi vini.


La sfida dell’azienda Piandaccoli sta nel voler produrre vini di qualità in un territorio, il Chianti, che se da un lato offre garanzie minime di successo, dall’altro impone uno standard qualitativo in linea con il prestigio che possiede.
L’avventura di Piandaccoli inizia nel 2005, con 20 ettari non lontano da Empoli; la filosofia di base è quella di puntare sugli autoctoni, discostandosi dall’utilizzo degli internazionali che in Toscana in particolare hanno una rilevanza notevole.
E il bello arriva proprio qui: gli autoctoni in questione non sono i vitigni rari o trascurati, ma quelli andati letteralmente perduti nel tempo, estinti in epoca fillosserica (forse?) e che solo i casi della vita più improbabili e inattesi potevano riportare in vita.
Perché “recupero” non è il termine più adatto. Forse “riesumazione”, “rinascita” meglio descrivono il loro ritorno nelle bottiglie.
Il fatto ha del “leggendario”: durante la seconda guerra mondiale, molte preziose opere d’arte furono spostate da Firenze in molti castelli e ville più o meno remote, per proteggerli da eventuali saccheggi;  tra le varie opere c’erano anche alcune tombe Medicee.
A guerra terminata, vennero ricondotte nelle loro sedi, ma qualcuna si danneggiò nel trasposto. Fu l’occasione per un’indagine di cosa restava all’interno e, oltre alle trame degli indumenti dei nobili defunti, si notò che venivano posti ai loro piedi ceste di frutta, di cui dopo secoli di buio e quiete restavano solo dei semi …e tra i diversi semi c’erano anche dei vinaccioli….
La curiosità cedette il passo all’indagine scientifica, e si scoprirono alcuni vitigni di cui non si conoscevano analogie.
Il patrimonio ampelografico italiano si stava arricchendo ulteriormente. Straordinario.

Da lì partirono progetti di recupero e clonazione e da qualche decennio abbiamo le viti.
Foglia tonda, Mammolo, Barsaglina, Colorino, Pugnitello: ecco i vitigni della riscoperta, il vecchio che torna nuovo e rivela i suoi segreti solo a chi ha pazienza e passione da dedicarvi, anno dopo anno, avventurandosi da pioniere nella coltivazione di piante di cui non si sa nulla: produttività, vigoria, esigenze, resistenza a malattie, preferenze di allevamento.
Tutto è ignoto e non può essere scoperto se non nel tempo, a suon di tentativi, e talvolta errori (mediamente vengono effettuati 2000 rimpiazzi di barbatelle l’anno).
Non esistono disciplinari, tanto meno lasciti orali da parte di contadini. Solo il tempo ci dirà che vini possono regalarci quei vitigni.
Un presente per l’Italia. Uno stimolo per un Paese che gioca a sentirsi vecchio per inerzia.

Il lavoro dell’azienda Piandaccoli però non si limita ad una celebrazione commemorativa di tali vitigni della riscoperta, ma decide di muoversi avvalendosi di tutto il meglio che le moderne tecnologie e studi nel settore possano offrire.

Innanzitutto si indaga, grazie all’Università di Utrecht in Olanda, su quali saranno le nuove tendenze nei gusti dei prossimi decenni, e lo scenario che deriva è caratterizzato dalla ricerca di vini sì strutturati e profumati, ma soprattutto dotati di eleganza ed equilibrio. Si lavora sul terreno, che nella tenuta è composto da cinque tipologie differenti, si interviene con aggiunte di gesso per portare il Ph su valori prossimi al neutro, con livellamenti nei pendii troppo scoscesi; si opera sulle vigne, circondate da ginestre, oleandri e rose per attirare gli impollinatori, nessun utilizzo di antiparassitari, e poi raccolta manuale, trasporto dei grappoli in ambiente refrigerato; infine in cantina, botti grandi da 55hl poco tostate.

Nel 2009 la prima raccolta, e nasce “In primis” (70% sangiovese, 30% autoctoni) il primo vino, mai entrato in commercio ma consumato dai produttori.
Dal 2010 arrivano le prime bottiglie vendute.
Ecco i vini in degustazione:
– il “Vivendi” 2013: l’unico bianco (chardonnay e malvasia bianca lunga), l’unico ad avere un “internazionale”, il vino di apertura, la testa di ponte dell’azienda per aprirsi un varco nell’affollato e competitivo ambiente enoico toscano, caratterizzato da un potente aroma balsamico, note di salvia e fieno. Lungo e morbido, ci consigliano di degustarlo a temperature leggermente superiori a quelle previste; personalmente resto dell’idea che i 10-12° siano l’ideale;
– “Cosmus” 2010/11: (sangiovese 100%) Chianti Docg. Sorprendentemente l’annata 2011 ha regalato una buona rotondità ed equilibrio, anche il colore risulta ben vivace. Una piacevole nota di liquirizia si fa largo nella strada aperta da frutti rossi e neri, pepe nero, e da un tannino ben presente ma non aggressivo. Avendo a che fare con giovani viti è probabile che un anno di età in più per la pianta possa fare la differenza nella capacità di estrazione dei nutrienti dal terreno;
– “In Primis” 2010: (sangiovese 70%, pugnitello 15%, mammolo 10%, foglia tonda 5%) Toscana Igt, evolve in botte per un anno e poi in bottiglia altri 15 mesi. Di media struttura, frutti rossi e aromi balsamici, che costituiscono il minimo comun denominatore tra i vini di Piandaccoli, il “marchio di fabbrica”.
– “Maiorem” 2010: (sangiovese 50%, pugnitello, mammolo, colorino e foglia tonda in percentuali variabili), è il vino delle vigne attorno alla casa padronale; trascorre in legno grande dai 12 ai 18 mesi, e poi altri 18 in bottiglia. Al naso è più intenso dei precedenti e anche più complesso, e infatti dopo gli aromi primari si esprime con note di cacao, liquirizia e grafite. Anche qui avvertiamo un tannino non invadente, ma che lascia intravedere buone potenzialità di invecchiamento:
– “Foglia tonda del Rinascimento” 2012: (foglia tonda 100%), eccoci al dunque, si affina in botte 15 mesi e in bottiglia altri 12. Benché giovane rivela una splendida intensità e complessità olfattiva; ii soliti” sentori di frutta rossa e balsamici sopraggiunge una interessante nota boisè. Dotato di buon corpo, acidità e tannino ben levigato, ha sorpreso per persistenza degli aromi e per personalità, una rivelazione.

Il profilo che mi permetto di tracciare è di un’azienda che sta sapientemente utilizzando vini piacevoli ed eleganti per irrompere con il valore aggiunto dato dagli autoctoni in purezza. Al Foglia tonda, che in degustazione ha staccato tutti gli altri per personalità, si aggiungerà presto il Pugnitello.
L’azienda, pur non avendo una certificazione biologica per le limitazioni che comporterebbe nel governare i vitigni riscoperti, privi di una manualistica nell’allevamento, si dichiara in “missione biologica”; non utilizza antiparassitari nè erbicidi, fa un modestissimo uso di solforosa (30 mg/l) e risente particolarmente delle condizioni meteorologiche dell’annata (per fare un esempio, non ci saranno Maiorem e Foglia tonda del 2014).

Dopo aver subìto l’invasione dei vitigni internazionali, il nostro gusto sta riscoprendo l’energia di quelli autoctoni, più vari e diversificati, vinificabili in purezza o in infinite combinazioni di assemblaggi. In Piandaccoli abbiamo apprezzato entrambe le varianti.

Forse è la moda del momento, se è così, ben vengano le mode!
VL