di Giovanna Russo, Sommelier e Degustatore AIS

 

Per un sommelier trovarsi a Trapani e non fare un giro per le cantine del marsalese è come andare a visitare Roma e non vedere il Colosseo.

Pertanto ho imboccato la SS115 e mi sono diretta a Marsala, contrada Bausa, presso l’azienda vitivinicola di Nino Barraco. Perché Nino Barraco? Perché mi incuriosiscono le storie di quei piccoli grandi vignaioli che si sono fatti da sé e che con la vigna e i vini riescono a valorizzare la spiccata vocazione enologica del loro territorio mantenendo un approccio eticamente responsabile; vignaioli che con il loro “fare vino” realizzano ogni giorno il loro “mestiere di uomo”.

Arrivata in cantina, parcheggio e mi guardo attorno. Per un attimo, quando Nino ha aperto il cancello della sua azienda per farmi entrare, anche il mio cuore si è spalancato estasiato di fronte alla poetica bellezza di un paesaggio capace di unire insieme, sotto la volta di un azzurro limpido, le vigne, il mare, le isole Egadi e il monte Erice.

Nino e sua moglie Angela mi hanno subito accolta con un sorriso facendomi accomodare nella sala degustazione della loro cantina ultimata nel 2015. Una costruzione semplice, con un grande terrazzo sul lastrico solare tipico delle abitazioni del Sud, di un bianco candido e discreto che non interferisce con lo spettacolo mozzafiato che la circonda.

La sala degustazione è chiusa su due lati da immense vetrate a vista che danno l’idea di una plancia di comando da cui è possibile vigilare sia sulla vigna che sui locali preposti alla vinificazione. Ed in effetti anche questa soluzione architettonica rispecchia l’idea di Nino di trattare e seguire la vigna e il vino da vicino, personalmente, tutti i giorni, con un rapporto diretto, con un amore quasi filiale.

Nino Barraco, che oggi possiede circa dodici ettari di vigneto, la maggior parte dei quali si snoda in diverse contrade del marsalese, ha avuto le idee chiare sin dall’inizio: produrre vino rendendo omaggio alle uve autoctone della sua terra, allevando le vigne nel rispetto dell’ambiente e dell’uomo che ne consuma i frutti, a prescindere da qualsivoglia formale etichettatura.

È con questo tarlo che ha iniziato nel 2004 quando ancora non disponeva di locali propri per la vinificazione ma solo di un forte desiderio di produrre vini che alla genuinità tipica del prodotto del piccolo contadino unissero l’eleganza e la capacità di emozionare propria dei grandi vini.

Poche, ma determinanti, le scelte fondamentali applicate in vigna: no all’uso di concimi chimici, nessun ricorso all’irrigazione artificiale, sì alla potatura corta e alla raccolta manuale delle uve.

Altrettanto decisive le scelte in cantina: nessun impiego del legno né in fase di vinificazione né in fase di maturazione (salvo che per i vini ossidativi) in modo da mantenere il più possibile integri i profumi e i sapori riconducibili al vitigno e al territorio; macerazione sulle bucce anche per i bianchi, fermentazioni spontanee compresa quella malolattica, nessun ricorso a lieviti selezionati; uso limitatissimo di solfiti.

Iniziamo la degustazione con il Vignammare 2016, un vino che trae il suo nome dall’estrema vicinanza al mare del vigneto che si estende tra Marsala e Mazara del Vallo in contrada Corleo del comune di Petrosino. Si tratta di un bianco da uve grillo, vitigno figlio di un incrocio tra zibibbo e cataratto. Il vino è di un bel giallo paglierino intenso il cui profumo, all’impatto, è come il respiro del mare, con le sue note iodate, di poseidonia arsa dal sole e di ostriche appena dischiuse; un profumo che si snoda sinuoso in successive sfumature di capperi e di pompelmo, mantenendo come leit motiv odoroso un’ammaliante nota sulfurea. Il sorso è sorretto da una bella freschezza e sapidità che lasciano un’eco marina e agrumata. Mi immagino già a sorseggiarne un calice in riva al mare mentre affondo il pane nella gustosa polpa arancione dei ricci di mare, crudi e dal guscio appena divelto.

Proseguiamo con il Cataratto 2016: roteo il bicchiere ed il movimento del vino, di un giallo oro tenue, si presenta un po’ più lento del precedente, facendo presagire un maggiore corpo ed alcolicità. Al naso sprigiona un intenso profumo di fiori ed erba secca, di macchia mediterranea e di frutta a polpa gialla a cui fanno seguito sfumature di iodio e di acque termali oltre ad un’accattivante e spiccata nota fumé che – sottolinea Nino – è riconducibile al terreno più che al vitigno. In bocca la sapidità è vibrante e decisa e rimane come una piacevole scia a memoria di questo godibilissimo vino. Perfetto in accompagnamento ad un bel piatto di cous cous alla trapanese.

Il Grillo 2016 è figlio di vigne di circa quarantacinque anni, situate nel comune di Castelvetrano, con radici che affondano su terre rosse con suolo sabbioso circondato dal mare. Pur trattandosi del medesimo vitigno del Vignammare regala un vino che, per terroir e pratiche enologiche, si fa portavoce di uno spirito diverso: maggiore opulenza olfattiva e strutturale. Il profumo, “trasversale” più che “verticale”, è di una salinità straripante; si schiude in note di pesca gialla e di albicocche, di spremuta di arancia sanguinella, di pout pourri di fresie e gelsomini, di mandorle e pistacchi, di erbe aromatiche, di pietra e sassi baciati dal sole.

Al gusto la bella morbidezza è ben bilanciata dalla freschezza e dalla sapidità che rendono il vino energico e non pesante. Leggerezza ed eleganza sono frutto anche dell’esperienza maturata da Nino nel corso degli anni e, nello specifico, della scelta di “alleggerire” i vini bianchi da macerazioni sulle bucce protratte per troppi giorni che, pur donando loro una forte personalità, finivano per appesantirli svuotandoli delle caratteristiche originarie. Il finale del Grillo è lunghissimo e trascina con sé, oltre alla scia salina, le note di frutta secca. Mi viene già l’acquolina in bocca a pensarlo in abbinamento ad un guazzetto di lumache alla siciliana con un sughetto di pomodoro, aglio e prezzemolo.

Barraco

Lo Zibibbo 2016, vinificato secco, sfoggia una veste di un bel colore dorato chiaro e mette subito in evidenza la sua innata aromaticità sfoggiando un corredo odoroso composto da scorze essiccate di agrumi, cassata siciliana, erbe mediterranee, fiori di zagara e tiglio, uva passa e albicocca disidratata. È un vino con una acidità meno accentuata del grillo e del cataratto ma la cui sapidità riesce ad equilibrare adeguatamente la morbidezza. Chiude su toni suadenti ed eleganti di cedro e zenzero. Lo proverei con una tradizionale coratella di agnello.

Dopo lo Zibibbo si cambia totalmente registro, è il momento dell’Altogrado 2009. Si tratta di un vino secco ossidativo il cui nome trae origine dall’elevata gradazione alcolica (15%) e che incarna il Marsala secondo Nino Barraco: una concezione nuova e allo stesso tempo antica di tale tipologia di vino che si sostanzia nella riscoperta del Marsala prima che gli inglesi verso la fine del ‘700 lo rendessero più resistente ai lunghi viaggi attraverso la fortificazione con addizione di alcol. Ma la particolarità dell’Altogrado non è solo questa; esso, infatti, si distingue anche dal c.d. perpetuo in quanto non è frutto della lenta commistione di vini di annate diverse.

Si tratta, nello specifico, di un vino bianco da uve grillo botritizzate provenienti da un’unica vendemmia, lasciato maturare per circa sette anni in botti di castagno rabboccate solo per i primi due anni (su circa 1000 litri ogni anno ne evaporano circa 150 litri) e mantenute scolme con sviluppo della flor sino alla conclusione della maturazione. L’annata 2009 è stata imbottigliata nel 2015 e distinta in tre lotti di cui ogni anno solo una viene immessa sul mercato.

È un vino dal colore ambrato e dal profumo inebriante di uva passa, fichi secchi, frutta candita, caramello, smalto e zafferano. In bocca è secco, con una decisa nota pseudocalorica a cui fanno da contrappeso una notevole freschezza e sapidità. Grande struttura e persistenza, è senz’altro godibile a tutto pasto oltre che come vino da meditazione.

La degustazione si conclude con il Milocca 2008, vino da uve nero d’avola in purezza surmature che matura in piccole botti di castagno e che negli anni subisce una riduzione del proprio prezioso liquido di circa il 50%. È un nettare che profuma di ciliegia e marmellata di gelsi, di cioccolato extrafondente e di tabacco, di chiodi di garofano e cannella.

La sua dolcezza, per nulla stucchevole, è accompagnata da una notevole freschezza e una decisa sapidità oltre che da una leggera trama tannica. Lunghissimo finale di spezie dolci. A a dir poco godurioso l’abbinamento con le palline in pasta di mandorle al cacao tipiche della pasticceria ericina.

Prima di andar via Nino mi concede di assaggiare un sorso del Vignammare 2017 direttamente dalle botti. Una salinità e sapidità ancora più viva di quella del 2016: sarà certamente un grande vino.

Ma non è finita qui; la visita si conclude con piccolo giro tra i vigneti e con una piccola scoperta: Nino con orgoglio mi racconta che, da alcuni anni, alleva in via sperimentale alcuni vitigni i cui nomi mi suonano del tutto sconosciuti come l’Orisi e che, a quanto pare, sono vecchi vitigni autoctoni quasi del tutto abbandonati. Mentre me ne parla mi rendo conto di quanto Nino sia un vignaiolo irrequieto, mai appagato dai grandi risultati ottenuti e desideroso di nuove scoperte e avventure enoiche capaci di esprimere in modo vero l’anima poliedrica di una terra feconda dove, citando Goethe, è possibile ammirare

la purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza della tinte, l’unita armonia del cielo col mare e del mare con la terra … chi li ha visti una sola volta li possederà per tutta la vita”.