L‘incontro tra due mari è uno dei mille spettacoli che la nostra natura ci offre, forse non conosciuto ai più ma di certo unico e quantomeno curioso. Uno dei luoghi eletti a palcoscenico di questo fenomeno è a Skagen, penisola della Danimarca in cui il mar Baltico e il mare del Nord si incontrano ma le due acque, aventi salinità, temperature e densità molto differenti, non riescono a mischiarsi e si può notare ad occhio nudo in superficie la netta linea di demarcazione tra i mari. Altro spettacolo simile accade a Rodi e più precisamente a Prassonissiil Mont Saint Michel greco: qui con l’alta marea il mar Egeo e il mare di Levante, pur unendosi rimangono uno mosso per il Meltemi che soffia da ovest e l’altro completamente calmo.
L’improvvisato incontro tra me e Francesco, ognuno bottigliamunito, non aveva altro scopo se non il piacere di incontrarci e scambiare quattro chiacchiere sul più, sul meno e ovviamente sul nostro argomento preferito, l’idrodinamica, ossia la branca della meccanica dei fluidi che studia il moto dei liquidi… vabbè non siamo credibili…
Ciascuno ha portato il vino che nell’ultimo periodo lo ha entusiasmato ed è così che Francesco mi ha fatto conoscere il Clivi Brazan 2010 ed io gli ho proposto il Cremant de Bourgogne di Cave de Marsigny.

 

L’apertura è d’obbligo con la bollicina e la domanda che mi è ronzata in testa per tutta la serata è stata: ma c’è davvero bisogno di uno champagne e di tanti soldi per trovare il mare in un bicchiere? No, a patto che vi piaccia la puzzetta, tanto cara ai naturalisti, di questo cremant. Un blanc de noirs da pinot noir e gamay che ti schiaffeggia letteralmente con spruzzi iodati di onde che si infrangono sugli scogli e crosta di pane in un contesto altamente minerale, roccioso, granitico. La piacevolezza del finocchietto e una lieve verve agrumata accompagna una bocca ben strutturata sebbene acida, nonostante il percorso segnato dai due vitigni a bacca rossa sia ben tracciato. Abbinamento? E che ve lo dico a fare, un vassoio 90×180 di frutti di mare e vi passa la paura (ma poi forse vi viene qualcos’altro…).
Il Brazan di Clivi proviene da viti settantenni di TOCAI (e al diavolo cause perse e disciplinari) che crescono su terreni composti tra l’altro di marne eoceniche provenienti da sedimentazioni marine e beneficiano dei venti adriatici provenienti dal triestino. Matura due anni in acciaio. Ha il mare nel destino dunque e nel calice non poteva essere altrimenti. Il riflesso verdognolo intriga l’occhio subito ma è ciò che viene fuori dopo a conquistare palato e cuore. Scorza di limone maturo, timo, costante agrumata di cedro, pescanoce, alloro e una tenue nota burrosa. Acidità ancora viva e mineralità che spinge la beva ad accelerare in discesa. Vino italianamente speziato e mai banale lungo tutto l’assaggio. Non è mai ruffiano e danza nella sua verticalità, in equilibrio sulla piattezza e la monotonia di tanti vini uno fotocopia dell’altro. Ha il mare nel DNA, come il cremant, e stasera i due mari si sono incontrati. A volte, per assistere agli spettacoli della natura, non c’è bisogno di girare il mondo.