Ci sono serate che non si possono perdere. Eventi a cui devi esserci. Specialmente a Milano. Eventi che se non ci sei non ci sarai. Il Wine Tasting del Comitato Grandi Cru d’Italia, organizzato in occasione de La Vendemmia di MonteNapoleone, è uno di questi.

Venerdì 9 ottobre, Four Seasons di Via Gesù, Salone delle Feste. Luci scintillanti, staff impeccabile, camerieri in livrea, vasi di fiori. Angoli acqua e grissini-taralli-focaccine sempre forniti.

Volti noti dell’enomondo e molte facce inedite, almeno per me. Parecchie cravatte, molti tailleur, i jeans rimangono fuori. Per l’occasione sfoggio la giacca della domenica e penso di riuscire a mimetizzarmi in questa varia umanità, sorridente e patinata. Non c’è da meravigliarsi: tra i banchi vi sono i migliori vini d’Italia.


Dedichiamoci allora agli assaggi: uno spumante per iniziare, anzi lo spumante italiano per eccellenza per molti: Cuvée Annamaria Clementi 2006 di Ca’ del Bosco. Il solo nome genera soggezione: non ci si approccia ad un calice di questo tipo con pressapochismo. 

Otto anni di affinamento sui lieviti vanno trattati con rispetto: dorato brillante e bollicina finissima, ça va sans dire. Carezza olfattiva complessa, austera, ben bilanciata nelle componenti fruttate di pesca e litchi e minerali di gesso, con tocchi di scorza di limone candito. In bocca è appagante, cremoso eppure potente. 
Il sorso tuttavia non mi sembra del tutto coerente, sarà per la bottiglia appena aperta o la temperatura troppo bassa. Ma sono sottigliezze che non incidono minimamente: è un gran bel vino.

Stabilmente nell’Olimpo dei vini italici, il Lupicaia di Castello del Terriccio è quel che si dice un Supertuscan il cui uvaggio può variare di anno in anno. Nel 2006 provato al Wine Tasting il cabernet sauvignon ha una percentuale del 90% ed il merlot la restante parte. 
Illumina con un rubino che più rubino non si può. Bacia il mio naso con un bouquet di frutti rossi, tra cui spicca il lampone; nota di legno di cedro avvolgente. 
Il palato si delizia nell’onda tannica ancora esuberante ma in linea con l’energia del vino: finale lungo e fedele.
L’impiego del legno non è secondario, ma in questo caso è un utilizzo calibrato e dal risultato pressoché perfetto. Chapeau.

Qui ad Appunti di degustazione nessuno si sogna di mettere in discussione – almeno in mia presenza -il valore del Barolo, il re dei vini, il vino dei re. 

Un’espressione fedele e iper tradizionale la troviamo in Cavallotto, in particolar modo nei Barolo Bricco Boschis, un monopole di Castiglion Falletto da cui si ricavano il cru nel cru Vigna San Giuseppe 2008. Danza nel calice, granato e splendente. Approccio olfattivo forse un po’ timido, ma so aspettare. Progressione da campione: parte con sentori di fragola macerata, confetture e viole; si slancia con nitidi toni di tabacco, menta e tocco balsamico. Mi piace molto!
Anche il palato è superbo: ben si dispone in bocca, stuzzicandola con tannino vivo e acidità da giovane virgulto, appagandola con pienezza gustativa e struttura integrata. Finale lunghissimo, puntellato da piacevole e caratteristica sensazione amara. Signore e signori: il Barolo è qui.  

Il giro prosegue con Oreno 2012 di Tenuta Sette Ponti. È la prima volta che ci incontriamo perché – a memoria – non mi pare di averlo mai “incontrato”. Di fama lo conosco, certo ma non mi pare di avergli mai stretto la mano! Lo studio con curiosità allora: rubino impenetrabile. 

Naso fiero, come piace a me: i tre vitigni che lo compongono, merlot, cabernet sauvignon e petit verdot, apportano ciascuno la propria essenza. Un mix ben studiato e forse di stile vagamente internazionale: possiamo dire che non è un buon vino, per questo? Assolutamente no. 
E allora mi lascio coinvolgere dagli aromi di ribes e cioccolato, vaniglia e ginepro; accenno balsamico di pregio. Assaporo il sorso, contraddistinto ancora da ritorni vanigliati e durezze ancora sugli scudi. Fresco, sapido e compiacente il finale. Consiglio di aspettarlo: da grande sarà… grandissimo!

E infine, per ultimo ma non ultimo San Leonardo 2010 di Tenuta San Leonardo: cabernet sauvignon, carmenère e merlot per un vino dal chiaro stile bordolese che nulla ha da invidiare ai bordolesi veri, quelli di Bordeaux, per intenderci. 

Non lo scopro certo io: questa azienda, occupa giustamente un posto importante nell’élite vitivinicola nazionale e se per caso – dico per caso – non avete ancora provato uno dei vini Tenuta San Leonardo, beh: ponete rimedio al più presto. 
Si percepisce subito la nota di peperone verde ma lascia presto spazio a un bouquet raffinato ed ampio. Ciliegie mature, terra bagnata, felce, sandalo, speziatura lieve e ben integrata di pepe bianco e vaniglia. 
Poderoso e suadente quando lo bevo: energico ed alcolico, ma senza strafare; rotondo quanto basta e allungo da sprinter imbattibile. Imperdibile.